Breve autobiografi intellettuale di Alessandro Mazzone

Un nuovo socio straniero della Sozietät dovrebbe pur dare qualche cenno sulla propria formazione e sulla propria provenienza intellettuale. In Italia, negli anni del dopoguerra, studiare filosofia significava: Humanitates e nuovo inizio, ripartenza ed apertura, certezza (allora ancora) inconcussa di poter contribuire col proprio studio all’edificazione ed allo sviluppo della Repubblica italiana, nata dalla Resistenza antifascista.  A questa certezza si aggiungeva il duplice mandato che, come un viatico, la scuola di A. Banfi e di L. Geymonat dapprima, poi quella di G. della Volpe assegnò a me e a qualcun altro.

 

In primo luogo: è dovere di Socrate intendere concettualmente (ma non comprendere) Callicle, il quale abbandona il dialogo facendo appello alla forza.  La filosofia non ammette settarismi di fazione; anche per l’avversario più radicale occorre trovare un concetto che lo definisca, onde intenderlo; persino contro l’idea che egli ha di sé stesso, se è necessario.  La sua deduzione, a partire da un livello di generalità superiore, è la sola confutazione possibile. 

 

In secondo luogo, ma sopra ogni altra cosa, il compito di comprendere il tempo nel pensiero. Questo secondo compito è infinito. Infatti la comprensione del tempo non coincide mai con quell’orizzonte della sua visibilità che è stato acquisito per ultimo.

 

Muovendo dunque da un presente imbevuto di tradizione e capace di dare ispirazioni pratiche – dall’unità dell’analisi di un mondo, che è il risultato di un processo storico, e di un orizzonte d’azione; in breve: da quell’unità, che è scoperta e messa a fuoco nella lezione di Gramsci –  la mia strada mi condusse ad elaborare il contenuto teoretico di questa unità e, pertanto, a relativizzare tutti gli elementi di politica e di sociologia della cultura nel quadro d’una concezione generale del divenire societario. I primi risultati furono: un libro sulla teoria dell’ideologia e studi sulla coscienza sociale. La mia tesi in generale era: l’ideologia ha verità in quanto è lo schema della produzione di concezioni dell’uomo e della natura. La teoria dell’ideologia consiste nella individuazione, secondo la modalità del possibile, dei modelli delle configurazioni della coscienza, le quali si riconducono ai rapporti di produzione, che sono presupposti concettualmente. Da questo punto di vista, dunque, le «classi» non vanno interpretate sociologicamente ma debbono essere intese come posizioni della possibilità essente del divenire societario. Questa possibilità, a sua volta, fonda l’egemonia sull’intera società, che è il processo della genesi di quelle istituzioni e, in generale, di quei rapporti che fenomenicamente appaiono come configurazioni socialmente e politicamente date.

         Il secondo volume della teoria dell’ideologia lo lasciai nel cassetto.
  Infatti il tema che m’ero proposto di trattare non poteva essere svolto senza un confronto sistematico e puntuale con la scienza della logica di Hegel.  Al tempo stesso bisognava tener conto della ricostruzione critica della teoria della formazione economico-sociale proposta da W. Küttler ed altri nonché della innovativa esegesi storico-critica del capolavoro di Marx, che si deve al lavoro di V. Vigodskij e di tanti altri, che si trovano non tanto lontano da questo luogo.  Queste impostazioni offrivano spunti indispensabili, dai quali una teoria del divenire societario poteva trarre maggior profitto di quanto ne avrebbe potuto ricavare da taluni approcci strutturalistici coevi.

 

         Noi sappiamo che solo oggi, grazie a queste ricerche, cui posso solo accennare, Marx è diventato finalmente leggibile. (Ciò vale, ma solo in parte, anche per Hegel).

         Nell’ambito del «Gruppo di lavoro per la ricerca su Marx ed Engels» di Francoforte sul Meno scrissi dei lavori che uscirono in tedesco alla fine degli anni Ottanta. Lo studio intorno a La temporalità specifica del modo di produzione capitalistico ha valore programmatico per tutto ciò che scrissi successivamente.

 

 

Ma avvertivo anche l’esigenza di un superamento critico della interpretazione in termini puramente epistemologici oppure di storia della cultura dei progressi della matematica e della scienza in generale, poiché, in effetti, il progredire delle scienze ci rimanda alla fondamentale dimensione dei rapporti naturali, che sta sempre alla base d’una qualsiasi comunità di uomini, indipendentemente dalla sua organizzazione.   Da questo punto di vista ricevetti importanti suggestioni dalle indagini filosofiche che erano state svolte nella Repubblica Democratica Tedesca (Hörz, Röseberg, Wahsner, Warnke …) ma ancora da almeno due altri grandi tentativi di realizzare il compito programmatico di «comprendere il tempo nel pensiero» (un compito che forse può essere definito come la responsabilità sempre di nuovo insorgente della filosofia, di quella filosofia che nella sua unità attraversa tutti i tempi):  da una parte dall’ontologia di G. Lukács, dall’altra dagli studi sulla dialettica di H. H. Holz e, altresì, dalla concezione iniziata ed elaborata da A. Gedő che sussista una Irratio obiettiva, la cui fenomenologia filosofica, nelle sue varianti positivistiche ed irrazionalistiche, può essere svolta a partire dal concetto stesso di questa Irratio.

        

Il mio lavoro attuale prende le mosse da questi fondamenti. La teoria del processo societario in generale (che si distingue dalla grandiosa teoria di T. Parsons e seguaci intanto già perché nega che il processo sia riducibile al «sistema») esige una teoria delle determinazioni di forma e delle forme e delle strutture di moto. Il problema è quello di individuare i modelli di quei processi, che, in linea di principio, possono essere conosciuti esclusivamente mediante modelli e divengono efficaci analiticamente. Inoltre il tempo del processo si manifesta in sequenze cronologiche, alle quali non è tuttavia riducibile; eccetera.  Questi sono i temi di un libro che esce a Milano nel 2001. 

        

Forse questa breve presentazione di me stesso mi esime dallo spiegare per quale ragione il grande onore d’essere accolto nella Società Leibniz rappresenti per me, al contempo, l’ammissione alla casa nella quale sono radunati colleghi e maestri, che per decenni hanno ispirato ed accompagnato il mio pensiero. 

A loro tutti esprimo il mio ringraziamento.